Mercoledì delle ceneri

Musica

Musica

Solo Musica

e distanza.

Schegge – Vetro

Brandelli.

Ora e sempre

Intaccati da alte cime:

separano i cuori,

ma non i raggi di Sole.

Speranze in un astruso scorrere

del tempo di Quaresima.

Dolce astinenza.

Prepara alla rinascita.

La prima

L’unica

E sempre attraverso musica

Musica

Musica

Solo musica.

 

(Digne-les-Bains, Francia, 02/03/2017)

 

Tutti cò saccu sta passannu a…

Le urla non riescono a spezzare le nuvole,

ma l’amore, la fede le squarciano.

Un fuoco scorre in quegli occhi rossi

bruciati secoli fa, estesi nell’eternità.

Una giovane, piccola, spaesata, ma cosciente:

ne trascina a migliaia; un popolo è in festa!

I fumi dell’ansia svaniscono

lungo strade gremite, ricolme di profumi

del passato d’una bellezza sempiterna.

Vaga l’oro, l’argento, i diamanti

tra le braccia della bianca folla,

che grida…grida senza fine:

ti abbracciano le genti mia adorata,

beata e pura oltre la luce della luna,

goccia di speranza per gli uomini

che vogliono ancor più risorgere!

Un pianto infranto da giorni gaudiosi,

fulgidi nello spianarsi dei cordoni.

Viviamo e moriamo per te, gioendo

oltre ogni passione, nell’amore della Santa!

Emozioni che risplendono ogni anno di più……

Corazza di drago

Ottenebrare la speranza

la distruzione di una città non può:

perisce il mondo ma ritorna,

son cicli infrangibili,

come la corazza di un drago

trafitto da mille frecce

che ancora svolazza sopra i suoi monti.

Gli Elfi partono, la loro bellezza

ci abbandona;

tuttavia la fine di un tempo ne apre un altro:

uomini dallo sguardo fiero,

donne dagli occhi splendenti

solcano oltre i guadi d’impervi fiumi

quelle strade che mille genti hanno percorso!

E poi scorgi quel mare,

quella città che tu credevi nascosta

e l’abbracci con l’immensa gioia che ti concede.

I viaggi non finiscono:

ogni meta ti prepara ad un’altra partenza,

ad un racconto fantastico

ch’appare sempre vero a chi l’ascolta.

Dove sono le fate? La magia

che tutti s’aspettano?

È qui attorno a noi,

verso ed attraverso il bene che è in noi,

amore che risveglia la speranza,

incudini infrante da sole inatteso ma beato,

al voltare della marea…camminando

e mai fermandosi.

Viaggiatori tra i mondi tolkieniani

1 Uomini in un mondo di Elfi

Le innumerevoli pagine che compongono quella mitologia che Tolkien aveva intenzione di creare per l’Inghilterra contengono storie e racconti definiti dallo stesso “elfocentrici, non antropocentrici”.[1] Gli eventi narrati ne Il Silmarillion, e nello specifico nella prima parte dell’opera, il Quenta Silmarillion, costituiscono tutte le fasi dell’evoluzione dei Primogeniti (nelle bozze iniziali chiamati “Gnomi”), dalla loro creazione, alla varie migrazioni lungo la Terra di Mezzo, che portano alla nascita di regni e mondi particolari, per giungere fino alle battaglie contro Morgoth. Tuttavia, all’interno di questi racconti mitologici, trova spazio e comincia a rivestire un ruolo sempre più primario la stirpe degli Uomini, i Secondogeniti mortali.

I figli degli Uomini si diffusero a ovest, a nord e a sud, e vagavano qua e là, e la loro era la gioia del mattino prima che la rugiada s’asciughi, allorché ciascuna foglia è verde.[2]

Pur essendo destinati alla morte, gli Uomini acquisiscono forza e prestigio durante la Prima Era del Mondo, affiancando gli Elfi nella lotta contro il male. Nondimeno, non mancano coloro che tra questa stirpe sono soggiogati dal potere di Melkor, come gli Easterling,[3] o facilmente corruttibili come gli Uomini di Númenor. Quest’ultimi, con la loro superbia e l’aspirazione di raggiungere le Terre Imperiture, saranno i responsabili del mutamento della forma di Arda nel Mondo Reso Sferico; ma, grazie ai regni fondati sulla Terra di Mezzo, daranno un contributo fondamentale durante l’Ultima Alleanza tra Uomini ed Elfi, che porterà alla prima sconfitta di Sauron al termine della Seconda Era, e all’inizio della decadenza dei Primogeniti.[4]

Senza dimenticare la prima vera storia – Lo hobbit – pubblicata da parte del Nostro, Il Signore degli Anelli, infine, nonostante l’affermazione dell’autore che “questo libro riguarda principalmente gli hobbit”,[5] è il romanzo in cui la stirpe degli Uomini assume sempre più un’importanza primaria:

Così come si suppone che le alte leggende degli inizi guardino alle cose attraverso menti elfiche, così il racconto mediano dello Hobbit assume un punto di vista virtualmente umano. L’ultimo racconto, poi, li fonde entrambi.[6]

L’opera si conclude con la dipartita degli Elfi dalla Terra di Mezzo e con l’inizio del dominio degli Uomini, sancito dall’incoronazione di Aragorn a re di Gondor, che dà inizio alla Quarta Era del Mondo.

È indubbio che gli Uomini di cui Tolkien racconta rappresentino gli esseri umani veri e propri tra cui, come il professore di Oxford intende nel saggio Sulle Fiabe, è vivo il desiderio di addentrarsi nel fantastico, nel mondo di Faëria, per poter goderne dei benefici. Tuttavia, non tutti gli appartenenti al genere umano sono in grado di viaggiare tra i mondi fantastici; solamente alcune figure privilegiate, nel corso dello sconfinato Legendarium tolkieniano, hanno il privilegio di intraprendere questo cammino periglioso.

2 Eärendil, una nuova luce verso Valinor

Ne Il Silmarillion, come anticipato nel capitolo precedente, spiccano i fratelli Hurin e Huor, che primi tra gli Uomini raggiungono la mitica città di Gondolin, o Beren della casa di Bëor, il quale, per amore dell’elfo femmina Lúthien, sarà in grado di penetrare nella fortezza di Melkor e recuperare uno dei gioielli Silmaril rubati e sarà infine il primo uomo a unirsi in matrimonio a uno dei Primogeniti.[7]

Il figlio di Huor, Tuor, è un altro grande viaggiatore della stirpe degli uomini: fuggito dalle grinfie degli Easterling, vagherà cercando l’Annon-in-Gelydh, “il cancello dei Noldor”, per poi essere il primo uomo a giungere alle rive del Belegaer, il Grande Mare. Sarà in questo frangente che il Vala Ulmo gli apparirà dinanzi, per sceglierlo e condurlo presso Gondolin, con il fine di annunciare la decadenza della città: egli godrà di tutti i privilegi di questo luogo nascosto e sposerà la figlia di re Turgon, Idril, sancendo così la seconda unione tra uomini ed elfi.[8]

Da questo matrimonio, nasce una delle figure più significative ma anche più enigmatiche della mitologia tolkieniana, il mezzo-Elfo mezzo-Uomo Eärendil, che diventa il prototipo del viaggiatore, attorno alla cui storia il Nostro costruirà la maggior parte degli eventi del proprio Legendarium. Il nome di questo personaggio, conosciuto come il “Beato”, il “Lucente” o il “Marinaio”, significa “amante del mare” nella lingua elfica Quenya; tuttavia il professore di Oxford afferma di essersi ispirato, così come per il nome della Terra di Mezzo, al frammento del Crist di Cynewulf citato nel capitolo precedente:

Éala éarendel engla beorhtast / ofer middangeard monnum sended (Salve Earendel, il più brillante degli angeli / sopra la terra-di-mezzo inviato agli uomini).

“Eärendil” deriverebbe pertanto dall’Inglese antico “éarendel” (di cui si attestano le forme anche in altre lingue nordiche antiche, quali “Auriwandalo” in longobardo, “Orentil” o “Erentil” in tedesco), con il significato di astro luminoso del vespro o del mattino, e il termine avrebbe tanto sorpreso Tolkien da indurlo a comporre nel 1914 un poema intitolato Il viaggio di Eärendil, la stella della sera (The Voyage of Eärendel the Evening Star), pubblicato nei Racconti perduti.[9] A tal proposito, Humphrey Carpenter riporta le seguenti parole scritte dal Nostro: “When I came across that citation in the dictionary I felt a curious thrill, as if something had stirred me, half wakened from sleep. There was something very remote and strange and beautiful behind those words, if I could grasp it, far beyond ancient English” (Quando m’imbattei in quella citazione nel dizionario, sentii un curioso brivido, come se qualcosa mi avesse scosso, mezzo risvegliato dal sonno. Vi era qualcosa di molto remoto e strano e bello dietro quelle parole, se avessi potuto capirlo, ben oltre l’Inglese antico).[10]

Come si narra ne Il Silmarillion e in numerosi racconti della History of Middle-earth, Eärendil, fuggito alla rovina di Gondolin ed esiliato presso la foce del fiume Sirion, diventa un grande marinaio e, a bordo della nave Vingilot (Vingilótë), inizia a vagare per mari, partendo alla volta del Reame Beato. Grazie anche all’aiuto della moglie Elwing, nipote di Beren e Lúthien, sarà il primo uomo mortale della mitologia tolkieniana a giungere presso Valinor, mettendo piede nelle Terre Imperiture. Qui, al cospetto dei Valar, stupiti per le sue gesta (“Mandos parlò circa il destino; e chiese: «Un Uomo mortale calpesterà le terre immortali, e tuttavia vivrà?»”),[11] implorerà l’aiuto degli Dei per la salvezza dei Figli di Ilúvatar, contro il male diffuso da Morgoth nella Terra di Mezzo.[12]

Questo personaggio, i cui figli Elros ed Elrond i Mezzelfi fonderanno rispettivamente i regni di Númenor e Gran Burrone e saranno in testa a una lunga progenie, ricopre un ruolo così centrale all’interno di tutta la mitologia da poter essere associato alla figura di Cristo Salvatore, come spiega la studiosa Verlyn Flieger (“he stands out as the closest thing to a Christ-figure in all of Tolkien’s fiction”).[13] Il suo nome riecheggerà nel corso delle Ere del mondo, diventando una leggenda che sarà tema persino di molti canti e poesie presenti ne Il Signore degli Anelli, tra cui spicca quella che Bilbo recita al nipote Frodo, non appena i due si ricongiungono a Gran Burrone, affascinando anche alcuni elfi che lo ascoltano. L’incipit è il seguente:

Eärendil era uomo di mare,

Eppur si attardava ad Arvernien;

Costruì una barca di legno

Per recarsi sino a Nimbrethil;

D’argento tessute le vele;

D’argento eran pure le lanterne,

E la prua in forma di cigno,

E la luce sulle bandiere.[14]

3 Dagli immrama ad Ælfwine

La leggenda di Eärendil, citata nei “Capitoli Númenóreani” de La via perduta (The Lost Road, HoME 5), nel momento in cui Elendil la racconta al figlio Herendil, si configura come un vero e proprio viaggio pieno di pericoli e insidie verso un mitico Aldilà, paragonabile agli immrama. Questi sono antiche storie irlandesi di viaggi per mare, in cui eroi solitari partivano alla ricerca di terre beate e immortali, composte durante l’Alto Medioevo, come nel caso del Viaggio di San Brendano, citato nei “Capitoli non scritti” de La via perduta.[15] A tal proposito, la mitologia celtica ricopre grande importanza nella costituzione del progetto delle varie parti che avrebbero dovuto comporre questo libro incompiuto: Christopher Tolkien cita, tra le carte ritrovate per la struttura dell’opera, una nota del padre riguardante The Literature of the Celts (La letteratura dei Celti, n.d.t.), di Magnus Maclean del 1906,[16] e spiega come i racconti sui santi irlandesi e la scoperta di isole misteriose da parte di quest’ultimi (le isole Fær Øer e l’Islanda) siano alla base dei viaggi raccontati dal Nostro (nelle bozze compaiono numerose allusioni a personaggi presenti negli immrama). I riferimenti alla Cronaca anglosassone, l’inclusione di due episodi di antiche leggende irlandesi, quali quella di Túatha Dé Danann o Finntan, l’uomo più vecchio del mondo, gettano ancor più luce sulle fonti cui attingeva Tolkien, ben consapevole di quanto fosse comune, ad esempio, il motivo della terra sommersa dalla acque, nei miti Celti, come nel caso dell’isola di Lyonesse, patria di Tristano nel ciclo arturiano.[17]

Il personaggio che avrebbe dovuto rendere unitaria la struttura de La via perduta è un altro navigatore, la cui storia si ricollega chiaramente a quella di Eärendil, vale a dire Ælfwine il Grande Viaggiatore (the Fartravelled). Ælfwine, detto dagli Elfi Eriol, è un marinaio inglese che, mettendosi in mare dalle coste dell’Erin (antico nome dell’Irlanda), si avventura verso Ovest in acque impervie. Secondo la leggenda, egli è colui che per primo mette piede sul Cammino Diritto degli Elfi e giunge ad Eressëa, come si evince dalle note lasciate da Tolkien per la stesura dei vari episodi del libro; si veda infatti questo passo che Christopher acclude al racconto, in questo caso tradotto in italiano:

Seguono poi rapide annotazioni d’idee per i racconti da frapporre tra Alboin e Audoin del XX secolo ed Elendil e Herendil a Númenor, le quali sono però davvero brevi: […]“una storia inglese…dell’uomo che giunse sulla Via Diritta?” […]A una di queste, la “storia inglese dell’uomo che giunse sulla Via Diritta”, è inclusa una nota più lunga, scritta molto velocemente:

Ma questa sarebbe la migliore introduzione ai Racconti Perduti: Come Ælfwine attraversò la Via Diritta. Navigarono molto a lungo per mare; ed esso divenne molto luminoso e calmo: niente nuvole, né vento. Sotto l’acqua sembrava sottile e limpida. Guardando in basso Ælfwine all’improvviso vide terre e mt [cioè montagne o una montagna] che brillavano sott’acqua alla luce del sole. Difficoltà a respirare. I suoi compagni si gettano in mare uno a uno. Ælfwine perde i sensi quando sente una meravigliosa fragranza come di terra e fiori. Si sveglia per trovare la nave trascinata da gente che cammina sull’acqua. Gli viene detto che pochissimi uomini, in mille anni, possono lì respirare l’aria di Eressëa (che è Avallon), ma nessuno oltre. Quindi giunge a Eressëa e ascolta i Racconti Perduti.[18]

Questa nota rinvia quasi direttamente anche alla storia, presente nei Racconti Perduti, di Ælfwine d’Inghilterra, discendente diretto di Eärendil e quindi marinaio per tradizione, il quale, una volta giunto sulle rive dell’Isola Solitaria, prenderà la decisione di comporre le storie del Legendarium tolkieniano. Tuttavia, il professore di Oxford, con l’evolversi della propria mitologia, ne muterà l’impianto strutturale, affidando a Bilbo Baggins la stesura del “Libro Rosso dei Confini Occidentali”, traduzione in lingua corrente della vicenda elfica, alla quale lo scrittore avrebbe attinto come ipotetica fonte letteraria per i propri racconti.[19]

Nel nono libro di The History of Middle-earth, Christopher Tolkien, che in precedenza aveva escluso ogni riferimento al personaggio di Ælfwine nel curare la pubblicazione de Il Silmarillion, afferma: “From the beginning of this history the story of the Englishman Ælfwine, called also Eriol, who links by his strange voyage the vanished world of the Elves with the lives of later men, has constantly appeared” (Dall’inizio di questa storia, vi è sempre comparsa quella dell’inglese Ælfwine, chiamato anche Eriol, che lega con il suo strano viaggio il mondo svanito degli elfi alle più recenti vite degli uomini).

La discendenza di Ælfwine, ritornando al progetto de La via perduta, unisce tutti i protagonisti degli eventi della storia e le loro rispettive avventure. Il nome “Ælfwine” traduce l’Inglese antico “amico degli Elfi” (ritorna nuovamente l’importanza della componente onomastica negli scritti di Tolkien) e, come spiega Oswin Errol al figlio Alboin, i suoi equivalenti in Latino e Longobardo sono “Albinus” e appunto lo stesso “Alboin”,[20] da cui si giunge all’alter ego in Adunaico “Elendil”.[21] Il protagonista de La via perduta diventa consapevole di quest’analogia grazie ad alcuni versi che gli appaiono in sogno nel secondo capitolo della storia:

Thus cwæth Ælfwine Widlast:

Fela bith on Westwegum werum uncúthra

wundra and wihta, wlitescéne land,

eardgeard elfa, and ésa bliss.

Lyt ænig wát hwylc his longath síe

thám the eftsíthes eldo getwæfeth.

Prontamente tradotti dal giovane al padre:

«Così disse Ælfwine il grande viaggiatore: “Vi sono molte cose agli uomini sconosciute nelle regioni dell’Ovest, meraviglie e strani esseri, una terra leggiadra e incantevole, la casa degli Elfi, la beatitudine degli Dei. Poco sa della propria brama un uomo la cui vecchiaia ne impedisce il ritorno”».[22]

Questi versi fanno riferimento a un componimento poetico di Tolkien che tratta la figura di Ælfwine, di cui, sempre nella sezione riguardante i “Capitoli non scritti”, Christopher Tolkien inserisce le varie versioni. Queste sono scritte secondo la forma del poema medievale Pearl, con versi in rima e allitteranti. La versione definitiva è intitolata The Nameless Land e cita apertamente il personaggio di Brendano come fonte d’ispirazione del viaggio di Ælfwine, ascrivendo di fatti il componimento alla tradizione degli immrama; il titolo era stato alterato inizialmente in Ælfwine’s Song calling upon Eärendel e poi in The Song of Ælfwine (on seeing the uprising of Eärendel), collegando così definitivamente i due mitici viaggiatori che giungono presso il Reame Beato.[23]

Se Alboin corrisponde al personaggio di Ælfwine per quanto riguarda l’Inghilterra del XX secolo, Elendil ne rappresenta l’identità Númenóreana, creando così, attraverso la linea di viaggiatori Ælfwine-Alboin-Elendil (insieme alla linea dei rispettivi figli Audoin-Eadwine-Edwin da cui si arriva a Herendil), eredi del mitico Eärendil e dei santi irlandesi protagonisti degli immrama, una forte unità tematica, che avrebbe dato a La via perduta, qualora l’opera fosse stata completata, la sua struttura portante.[24]

4 Viaggiatori esiliati

Questi viaggiatori, che rappresentano l’asse principale della mitologia tolkieniana, presentano tutti le medesime caratteristiche: sono esseri fuori dal comune e si sentono diversi ed esclusi dalla comunità in cui vivono, una sorta di esiliati. Ælfwine perde fin da piccolo il padre, che si era avventurato in mare, ed è costretto ad abbandonare con la madre il Somerset, sua terra natale, a causa delle incursioni del popolo danese.[25] Alboin sogna e crea dei linguaggi immaginari, preferendo questi ai suoi normali studi, andando incontro ai dubbi del padre e a possibili contrasti all’interno del mondo accademico in cui cerca di farsi strada, come si intuisce nei primi capitoli de La via perduta.[26] Inoltre, Alboin è rimasto persino vedovo. Elendil, l’alter ego Númenóreano, dopo la venuta di Sauron sull’isola, è considerato quasi un sovversivo, essendo rimasto fedele ai veri Signori dell’Ovest: persino il figlio Herendil si oppone alle sue decisioni, scegliendo, contrariamente alla proposta del padre, di non partire e restare a Númenor.[27] Elendil invece, come si racconta nelle varie versioni della leggenda, fuggirà alla caduta per fondare i regni in esilio sulle coste della Terra di Mezzo, quasi ripercorrendo nel verso opposto le orme del lontano predecessore Eärendil. Quest’ultimo era stato costretto in precedenza a lasciare la città natale Gondolin per scampare all’assedio e alla distruzione da parte delle forze di Morgoth, e poi a far vela nel Grande Mare alla ricerca della Terra Beata, senza metter più piede nella Terra di Mezzo, diventando infine un astro nel cielo, che guida tutti i viandanti, e sarà invocato da Frodo ne Il Signore degli Anelli.[28] Tutti sono animati da un forte desiderio di partire – o di “tornare indietro” (“the desire to go back”) per usare le parole di Alboin – manifestando una certa inquietudine nell’animo: Ælfwine è identificato anche con l’appellativo “Wæfre”, termine in Inglese antico per “restless, quivering, wandering”,[29] vale a dire proprio “inquieto, errante”.[30] Tutti sono attratti dal mare e viaggiano attraverso le acque di quello che nei “Capitoli non scritti” de La via perduta è chiamato “Garsecg”, l’Oceano,[31] e nei vari scritti del Legendarium il “Belegaer”, il Grande Mare.[32] Persino Legolas, elfo nato e vissuto sempre tra i boschi, riconosce l’enorme potere e fascino del mare cantando, una volta distrutto l’Anello:

Al Mare, al Mare! I bianchi gabbiani chiamano,

Il vento soffia, e le bianche schiume danzano.

Ad ovest, ad ovest, il sole sta tramontando.

Nave grigia, nave grigia, stanno chiamando

Le voci di quelli già arrivati?

Lascerò, lascerò i boschi ove siam nati;

Stan finendo i nostri giorni quasi tutti,

Ed io traverserò da solo i flutti […][33]

Il Mare conquista e tormenta anche il viaggiatore senza nome, protagonista di una delle prime poesie di Tolkien, La campana del mare (The Sea-bell), scritta all’inizio degli anni ’30 e pubblicata ne Le avventure di Tom Bombadil (edizione originale del 1962).[34] In essa, il protagonista viene attirato da una campana sulle rive del mare per poi partire su una misteriosa barca alla volta di un mondo lontano e nascosto, dove vive delle esperienze oniriche.[35] Una bozza originaria del testo, che reca il titolo Looney, presenta la dicitura “Frodos Dreme”, il che ha fatto pensare che l’intero episodio fosse un sogno dello hobbit protagonista de Il Signore degli Anelli, il quale avrebbe composto il poema una volta risvegliatosi.[36]

Frodo e suo zio Bilbo prima di lui possono benissimo essere ascritti al novero dei viaggiatori sopra citati, rappresentandone forse l’ultimo stadio all’interno dell’opera di Tolkien – non solo perché i loro viaggi si collocano cronologicamente alla fine, all’interno del Legendarium, ma anche perché i romanzi che li vedono protagonisti sono gli unici compiuti nella loro totalità da parte del Nostro.

Bilbo Baggins è uno hobbit diametralmente diverso rispetto agli altri membri della propria gente: è bramoso di avventure, mentre le usanze del suo popolo lo rilegherebbero chiuso in casa, dedito ai piccoli piaceri quotidiani e sempre legato alla propria terra. Al richiamo di Gandalf, tuttavia, non esita a partire seguendo i tredici nani alla volta di Erebor, spinto da estrema curiosità verso l’ignoto.[37] Questo viaggio gli costerà la reputazione all’interno della Contea: al suo ritorno, infatti, sarà sempre visto come persona strana e particolare, al punto da lasciare definitivamente la propria casa e trovare rifugio tra gli Elfi a Gran Burrone.[38]

Frodo è spinto a partire, oltre che per distruggere l’Anello, anche dal desiderio di seguire le orme dello zio e di ripercorrerne le avventure. Il viaggio, colmo di pericoli, in cui si trova catapultato dentro, lo porta nei numerosi mondi che compongono la Terra di Mezzo, non ultimo il privilegiato regno di Lorien che, come spiegato nel capitolo precedente, si presenta come l’immagine del Mondo Beato di Valinor, all’interno del mondo mortale. Il giovane hobbit infine, ritornato nella Contea dopo aver adempiuto la propria missione, non sarà più lo stesso: la ferita contratta a Colle Vento[39] e il peso dell’Anello portato così a lungo non cesseranno mai di affaticarlo e questi sarà costretto a partire nuovamente. Insieme al vecchio Bilbo, sotto la guida di Gandalf, faranno rotta verso Valinor, entrando in tal modo a far parte, dopo tanti secoli dalla partenza di Eärendil, della cerchia dei mortali che hanno messo piede nelle Terre Imperiture.[40]

Qualunque sia la meta e il destino di ogni singolo viaggiatore della mitologia tolkieniana, dall’isola di Númenor a Valinor, passando per il reame boscoso di Lorien, la vera destinazione che li accomuna tutti è Faëria, il regno periglioso di Elfi e fate, il mondo fantastico per eccellenza che il professore di Oxford ha cercato di sub-creare per tutta la sua vita. E questo regno è, come detto ampiamente, accessibile solo a una piccola stretta di esseri mortali, tra cui è doveroso includere persino lo stesso Tolkien, il quale dona sempre a ciascuno dei propri personaggi qualche caratteristica appartenente alla propria personalità: quelli che gli si avvicinano maggiormente sono senza dubbio il protagonista de La via perduta Alboin Errol, in cui anche Christopher Tolkien rileva elementi autobiografici, e lo hobbit Bilbo Baggins, per cui una volta lo stesso autore ha detto di sentirsi uno hobbit in tutto e per tutto, fuorché nella statura.[41] Secondo Eugène Vinaver (1899-1979), un giorno Tolkien durante una conferenza di filologia all’Università di Oxford affermò che di fronte a un’opera medievale non sentiva il bisogno di iniziare uno studio critico a riguardo, bensì di scrivere un’opera moderna in quella stessa tradizione.[42] Ecco perché gli studi e la passione per la letteratura nordica lo portarono a essere animato da questa “wandering-madness” (“follia dell’errante”), per usare le parole di Verlyn Flieger, che risulta essere motivo comune di tutta la sua opera fin dalla prima storia di Eriol.[43] Il professore di Oxford si considerava anch’egli esiliato nella realtà quotidiana ma anche un viaggiatore privilegiato, che lascia il mondo ordinario per giungere in una terra mitica e lontana, e vagarne attraverso i luoghi magici. Ed è proprio questa figura umana che si muove tra diverse realtà e diversi mondi, per mezzo sia dei sogni che dei linguaggi immaginari, che ne permette il vero collegamento, creando così un’armonia tra “reale” e “fantastico”.[44]

[1] J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, cit. Lettera 212.

[2] J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, cit., p. 124.

[3] http://tolkiengateway.net/wiki/Men#Easterlings, 30/06/2014.

[4] J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, cit., pp. 359-375.

[5] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, cit., p. 25.

[6] J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, cit. Lettera 131.

[7] Durante i suoi viaggi e le proprie avventure, Beren rimane ucciso. Lúthien, non potendo reggere tale dolore, si reca presso le Aule di Mandos, e riesce a convincere il Vala affinché riporti in vita il proprio amato (una sorta di mito di Orfeo ed Euridice capovolto, si veda a proposito Il Silmarillion, pp. 200-233). Alla morte della moglie, Tolkien fece incidere il nome di Lúthien sulla tomba della moglie Edith, e poi quello di Beren sulla propria, a suggellare questa grande storia d’amore all’interno del proprio Legendarium. Ne Il Signore degli Anelli, Aragorn ed Arwen saranno poi il riflesso, con il loro amore, dei propri antenati (in entrambi scorre il sangue sia di Beren che di Lúthien).

[8] http://tolkiengateway.net/wiki/Tuor, 30/06/2014.

[9] J.R.R. Tolkien, Racconti Perduti, Milano, Bompiani, 2001.

[10] Humphrey Carpenter, J. R. R. Tolkien: A Biography, London, George Allen and Unwin, 1977, p. 64.

[11] J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, cit., p. 313.

[12] Ibid., pp. 309-321.

[13] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faërie, cit., p. 149.

[14] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, cit., p. 298 e successive.

[15] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faërie, cit., p. 155.

[16] J.R.R. Tolkien, The Lost Road and Other Writings, cit., p. 90.

[17] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faërie, cit., pp. 155-157.

[18] J.R.R. Tolkien, The Lost Road and Other Writings, cit., p. 85.

[19] http://tolkiengateway.net/wiki/Aelfwine#History, 01/07/2014.

[20] J.R.R. Tolkien, The Lost Road and Other Writings, cit., p. 42.

[21] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faëria, cit., p. 150.

[22] J.R.R. Tolkien, The Lost Road and Other Writings, cit., p. 48.

[23] Ibid., pp. 109-115.

[24] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faëria, cit., p. 160.

[25] http://tolkiengateway.net/wiki/Aelfwine#History, 02/07/2014.

[26] J.R.R. Tolkien, The Lost Road and Other Writings, cit., pp. 37-50.

[27] Ibid., p. 77.

[28] “Aiya Eärendil Elenion Ancalima!” (Ti saluto, o Eärendil, la più luminosa delle stelle), in J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, cit., p. 869.

[29] http://bosworth.ff.cuni.cz/034247, 02/07/2014.

[30] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faëria, cit., p. 163.

[31] J.R.R. Tolkien, The Lost Road and Other Writings, cit., p. 90.

[32] http://tolkiengateway.net/wiki/Belegaer, 02/07/2014.

[33] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, cit., p. 1142.

[34] J.R.R. Tolkien, Le avventure di Tom Bombadil, Milano, Bompiani, 2004.

[35] http://tolkiengateway.net/wiki/The_Sea-Bell, 02/07/2014.

[36] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faëria, cit., p. 209.

[37] J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit, Milano, Adelphi, 1989.

[38] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, cit., pp. 47-71.

[39] Ibid., p. 256.

[40] Verlyn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faëria, cit., p. 163.

[41] J.R.R. Tolkien, Lo hobbit annotato, Milano, Bompiani, 2012, “Introduzione”, pp. 15-39.

[42] Ibidem.

[43] Velryn Flieger, A Question of Time. J.R.R. Tolkien’s Road to Faëria, cit., p. 237.

[44] Ibid., p. 163 e p. 236.

J.R.R. Tolkien

Scrivere

Scrivere, scrivere, scrivere:

non fermarsi mai.

È l’espressione dei sensi,

vagare nel vento

guardando la penna

solcare il foglio.

La parola ci sommerge,

la rima si sparge.

Una volta mi chiesero

quale fosse il senso della vita.

Risposi:

scrivere, e amare scrivendo.

Non occorrono perché.

Raffinatezza e gusto

Recensione del racconto Kaweh, caffè di Annalisa Montironi

Raffinatezza e gusto sono le qualità essenziali di un buon caffè: quello che si gusta la mattina appena svegli per iniziare al meglio la giornata, quello che si assapora nelle varie pause tra colleghi, quello che a Napoli non si rinuncia a nessun’ora del giorno o della notte. Ecco le caratteristiche principali di questo breve ma accattivante racconto, Kaweh, caffè, di Annalisa Montironi, in cui l’assedio di Vienna della fine del XVII secolo da parte dei Turchi è visto con gli occhi ingenui ma perspicaci di un giovane, cui, come tanti, il caffè cambierà il corso della propria vita.

Attraverso una prosa ricercata che costituisce il diario del protagonista appena dodicenne, la scrittrice esplora i giorni dell’attacco ottomano alla capitale austriaca, ormai perduta e prossima a cadere. Traspaiono tutti i sentimenti del giovane, inesorabilmente destinato alla vita in convento ma desideroso ad esplorare il mondo attorno a lui, che appena riesce a scorgere dalle mura della propria città. Nel gioco, nello svago, e poi nella malattia che lo trasporta a un passo dalla morte, sarà il caffè a giocare un ruolo fondamentale: un aroma appena percepito che giunge dall’accampamento nemico, è una rivelazione.

La sconfitta dei Turchi lascia al popolo viennese i chicchi neri per preparare la nuova e desiderata bevanda: sarà l’inizio di una fortuna, di un nuovo elemento che, diffondendosi in tutta Europa e nel mondo intero, qualificherà allo stesso modo tutti gli abitanti del globo.

Il racconto è disponibile in versione Kindle sul portale Amazon, http://www.amazon.it/Kaweh-caff%C3%A8-Annalisa-Montironi-ebook/dp/B00OX765CS/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1421340977&sr=1-1&keywords=kaweh

Drago di pioggia

L’incostante caduta d’acqua sul mondo

si riverbera su Pisa ormai rarefatta,

ove il cielo si squarcia tra le ali di un drago.

Ma non qui solcano le nubi i draghi,

lungi dalle montagne non infuocano,

incendiano solo la tua mente e quella degli uomini.

Fiamme prive di direzione,

scaglie di lame frantumate sul tuo petto,

tra le colonne di un tempio che pare crollare,

ma non s’infrange!

Perché fede e amore prevaricano ogni lacrima,

ogni parola spropositata,

e lì piombate intatti, pronti

a rivendicare ogni diritto, ogni volontà,

perché tutto vi sorregge anche quando tutto pare abbattervi.

E dalle ceneri lasciate dal fuoco del drago

la scintilla mai muore,

e rinasce dall’abisso alla vetta.

Pisa, 14/01/2015; h. 18:11

L’Albatros Symbolisme entre Coleridge et Baudelaire

Dans cet exposé, tout d’abord, le poème L’Albatros de Charles Baudelaire (1821-1867) sera analysé, en ce qui concerne sa forme et son contenu ; puis le symbole de l’albatros, utilisé par le poète, et son emploi seront comparés à la même figure de cet oiseau, qui est présente et recouvre un rôle fondamental dans le poème romantique anglais Rime of the Ancient Mariner, écrit par Samuel Taylor Coleridge (1772-1834). Enfin, je donnerai ma traduction personnelle du poème de Baudelaire.

Baudelaire, L’Albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage

Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,

Qui suivent, indolents compagnons de voyage,

Le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,

Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,

Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches

Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule !

Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid !

L’un agace son bec avec un brûle-gueule,

L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait !

Le Poète est semblable au prince des nuées

Qui hante la tempête et se rit de l’archer ;

Exilé sur le sol au milieu des huées,

Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.[1]

 

L’Albatros de Baudelaire est le deuxième poème de la seconde édition (1861) du recueil Les Fleurs du mal, et il apparaît dans la section Spleen et Idéal, entre les poésies Bénédiction et Elévation : sa collocation résultera importante au niveau des thèmes abordés dans ses vers, qui seront traités dans les lignes suivantes. Le poème comporte quatre quatrains d’alexandrins à rimes croisées, selon le schéma aBaB cDcD eFeF gHgH, avec une alternance régulière des rimes féminines et masculines : il y a donc huit rimes dans tout le poème.

L’idée initiale et l’inspiration pour ce poème, qui pourtant n’est paru qu’en 1859, remonterait au voyage en bateau vers les Indes en 1841, que Baudelaire, lorsqu’il avait vingt ans, avait été obligé à entreprendre par son beau-père, le général Aupick, qui jugeait sa vie d’adolescent trop scandaleuse. Le voyage se termine prématurément aux Iles Mascareignes. Le poème aurait été suggéré par un incident de sa traversé, et Baudelaire l’aurait récité à son retour en France. La troisième strophe fut ajoutée en 1859 sur conseil d’Asselineau, tandis que les trois autres furent vraisemblablement écrites entre 1841 et 1842.

Les marins de l’époque voyaient souvent l’albatros comme un oiseau malfaisant, qui attaquait à coups de bec les corps des hommes tombés à la mer, et donc était aussitôt tué par les marins eux-mêmes. Ces croyances sont aussi présentes dans Rime of the Ancient Mariner par Coleridge, dont nous parlerons successivement.

Le poème s’articule sur une double comparaison entre l’albatros et le poète. Dans la première strophe, l’albatros, ou mieux, des albatros, suivent le navire. Ces vastes oiseaux des mers (v. 2), protagonistes personnifiés du poème, sont pris et donc persécutés par les marins, pour s’amuser (v.1). Ces rois de l’azur (v. 6) se trouvent alors en difficulté sur les planches du navire, ils ont perdu leur habitat naturel : l’albatros est devenu gauche et veule (v. 9), il était naguère si beau, maintenant il est comique et laid (v.10), et les marins se moquent de lui. La dernière strophe explicite enfin la comparaison : Le Poète est semblable au prince des nuées (v.13), il est exilé, exclu, condamné parmi les hommes, il n’est pas capable de vivre sur la terre comme l’albatros qui ne peut pas marcher à cause de ses ailes de géant (v.16) : la vie de l’albatros apparaît donc come une parabole qui définit l’existence du poète. Et celui-ci est un albatros, paralysé par ses ailes elles-mêmes, un roi de l’azur qui est contraint à amuser les hommes des équipages avec ses gauches mouvements : une condamnation impitoyable qui mène le poète du ciel de la poésie au gouffre de la terre parmi les hommes.

La collocation de notre poème dans le recueil n’est pas casuel : les cinq premiers poèmes de la seconde édition des Fleur du mal, après Au Lecteur, Bénédiction, L’albatros, Élévation, Correspondances, J’aime le souvenir de ces époques nues, sont tous centrés sur la figure du poète et sur son destin. Ils traitent de l’élection, et développent le thème des privilèges du poète, en relation avec sa malédiction terrestre. Le poète est un être surnaturel, chargé d’un aspect sublime ; il est fils de la grâce divine et il vit dans une condition de transcendance, que le monde n’est pas capable de comprendre : la souffrance qu’il subie dans ce monde le sauve dans l’autre. Il a une malédiction sur sa vie, mais une bénédiction sur son nom de poète. La figure de l’albatros, cet oiseau géant qui voyage au-dessus des mers et observe les marins, est le symbole parfait pour le poète. L’albatros est considéré comme l’oiseau du bon augure, ainsi que le poète, dont la naissance est inscrite dans un plan providentiel, qui obéit à une intention divine. Toutefois, comme tous les prophètes et les manifestations du divin sur la terre, l’albatros et le poète ne sont pas acceptés par les hommes : ils deviennent objets de dérision et la moquerie abaisse leur grandeur.

La poésie elle-même empêche le poète de vivre dans le monde, dont le navire est le symbole. C’est un monde ennuyé, le monde de la prose, où le poète n’est pas capable de marcher, parce qu’il sait seulement voler, c’est à dire écrire en vers. Il est donc vu comme objet ridicule dans un monde d’hypocrites, sans aucun courage, qui ne peut pas reconnaître l’élu, faible désormais sur la terre.

Toute la description de l’albatros et du poète qui lui est semblable n’est pas traitée en première personne. Le poète est objet de description, il ne dit jamais « je » et est toujours observé par le narrateur du poème, qui déligne une narration pathétique.

Sa construction et le symbolisme dont il est chargé donne à ce poème un caractère romantique, qui voisine le poète aux poètes romantiques allemands. Baudelaire en admirait le sentiment de l’infini, et il est très proche à Goethe dans ses convictions, selon lesquelles l’art exige une étroite liaison entre l’esprit humain et le monde extérieur. Baudelaire pense que l’esprit humain est capable d’élever tous les objets, les plus humbles aussi, à travers la hauteur du symbole. Un des poètes qui exploite les symboles comme Baudelaire est Samuel Taylor Coleridge (1772-1834). Il est l’unique romantique anglais qui s’est posé le problème du symbolisme littéraire : il a écrit dans sa Biographia literaria (1817) : «An idea, in the highest sense of that word, cannot be conveyed but by a symbol» (Une idée, dans les sens le plus haut du mot, ne peut qu’être exprimée avec un symbole, ma traduction).

Coleridge pourrait être considéré comme un alter ego de Baudelaire ou un Baudelaire ante litteram, en ce qui concerne sa vie et sa carrière poétique. Il était, dans sa jeunesse, passionné pour la Révolution française, comme Baudelaire l’était pour celle du 1848, et voulait apporter les idées révolutionnaires en Angleterre, mais tous les deux ont été enfin déçus respectivement par les développements des révolutions pendant les années suivantes. Tous les deux ont perdu leurs pères quand ils étaient très jeunes et ont eu des situations hostiles en famille, pour vivre ensuite des existences solitaires, comme des exclus. Coleridge a vécu beaucoup d’années en campagne avec son ami et poète Wordsworth lorsqu’il a écrit ses œuvres poétiques les plus fameuses ; et il peut être vu comme l’antécédent de la figure du dandy telle que Baudelaire la concevait : un homme pris par le besoin ardent de se faire une originalité, contenu dans les limites extérieures des convenances (Baudelaire, Le Peintre de la vie moderne). Coleridge et Baudelaire étaient des bohémiens et leurs contemporaines les considéraient des poètes maudits : ils ont été contraints à prendre du laudanum pour curer leur condition physique et puis ils ont fini pour en abuser. L’œuvre de Thomas de Quincey, Confessions d’un mangeur d’opium (The Confessions of an English Opium Eater, 1821) les a beaucoup influencés. Tous les deux enfin ont écrit des œuvres et des essais de critique, comme les fameuses Lectures on Shakespeare (1811-1812) par Coleridge.

Cependant, ce qui réunit le plus les deux poètes est le fait qui tous les deux ont réalisé un poème où le symbole et la figure de l’albatros a un rôle fondamental ; l’œuvre la plus fameuse du poète anglais est en effet Rime of the Ancient Mariner, publié pour la première fois en 1798 dans le recueil Lyrical Ballads (dont la plupart des poèmes sont composé par Wordsworth). Les Lyrical Ballads ont été publiées une seconde fois en 1800, et enfin une nouvelle version du poème de Coleridge est parue en 1817, avec des gloses explicatives.

Le poème de Coleridge, qui s’étend pour 625 vers et est divisé en sept parties, reprend le schéma des ballades médiévales, avec la longueur des strophes qui varie entre quatre et neuf vers de trimètres et tétramètres. Il commence au moment où, pendant le banquet d’un mariage, un ancien marin arrive à la fête et raconte son histoire à un des invités. Durant son voyage en mer, le marin et ses compagnons d’équipage rencontrent un albatros et le croient un bon présage. Ils lui donnent à manger et le suivent dans l’océan. Toutefois, dans un instant de folie, l’ancien marin tue l’albatros : ses compagnons, tout d’abord, justifie son action, mais puis, lorsqu’ils se retrouvent perdus et le vent cesse de souffler, ils l’accusent et l’albatros mort est pendu à son cou. Après un long voyage plein de tribulations, où le navire se retrouve dans des mers glacées attaqué par des monstres marins et tous les autres hommes d’équipage meurent, l’ancien marin demande pardon à Dieu et blesse toutes les créatures vivantes. Enfin, il est sauvé et peut retourner sur la terre ferme, mais il est obligé à raconter son histoire à jamais, à tous les hommes qu’il rencontre.

Le groupe Rock anglais des Iron Maiden a composé, en 1984, une chanson intitulée « Rime of the Ancient Mariner » (Powerslave, Emi, 1984), inspirée du poème de Coleridge.

L’albatros, donc, recouvre un rôle fondamental dans l’œuvre de Coleridge : il est un des protagonistes du poème, et l’élément qui est à l’origine de l’aventure et des souffrances de l’ancien marin. Voici les parties du poème qui le concernent :

S.T. Coleridge, The Rime of the Ancient Mariner

Part I

At length did cross an Albatross,

Thorough the fog it came;

As if it had been a Christian soul,

We hailed it in God’s name.

It ate the food it ne’er had eat,

And round and round it flew.

The ice did split with a thunder-fit;

The helmsman steered us through!

And a good south wind sprung up behind;

The Albatross did follow,

And every day, for food or play,

Came to the mariner’s hollo!

In mist or cloud, on mast or shroud,

It perched for vespers nine;

Whiles all the night, through fog-smoke white,

Glimmered the white Moon-shine.’

‘God save thee, ancient Mariner!

From the fiends, that plague thee thus!—

Why look’st thou so?’—With my cross-bow

I shot the ALBATROSS.

Part II

 

And the good south wind still blew behind,

But no sweet bird did follow,

Nor any day for food or play

Came to the mariner’s hollo!

And I had done a hellish thing,

And it would work ‘em woe:

For all averred, I had killed the bird

That made the breeze to blow.

Ah wretch! said they, the bird to slay,

That made the breeze to blow!

Nor dim nor red, like God’s own head,

The glorious Sun uprist:

Then all averred, I had killed the bird

That brought the fog and mist.

‘Twas right, said they, such birds to slay,

That bring the fog and mist.

[…]

Instead of the cross, the Albatross

About my neck was hung.[2]

L’albatros est pour Coleridge le symbole de Dieu, un oiseau divin, qui devait être adoré et nourri. Le marin, en le tuant, commet un pêché envers la création, et il donc condamné à un voyage infernal. Il est un des hommes d’équipage qui, sans aucune raison, « prennent des albatros », et se moquent d’eux. Il peut se sauver et rejoindre la rédemption seulement après de longs peines et avoir blessé toutes les choses qui Dieu a crées : « We must love all things that God made », disent les Iron Maiden dans leur chanson qui reprend le poème.

Si pour Coleridge cet oiseau reconduit à Dieu, parce qu’il est une « Christian soul » (une âme chrétienne), pour Baudelaire il est le « prince des nuées », à qui le poète ressemble. Ce fort symbolisme renvoie encore à l’idée d’élévation et du sublime des cinq premiers poèmes des Fleurs du Mal, à l’élan vers l’infini qui caractérise le poète et la figure de l’homme baudelairien. Enfin, l’emploi du même symbole, avec des significations similaires, témoigne la diffusion d’images entre littérature différentes et l’évolution de la poésie dans le XIXe siècle.

En conclusion, en ce qui concerne la traduction du poème baudelairien, je propose ici ma propre version italienne.  J’ai cherché à rendre la rime aussi en Italien, parce cet élément rhétorique est l’un des ceux que Baudelaire travaille beaucoup, avec le plus de soin. La rime porte tout l’accent et tout le poids du vers:

L’albatro (traduzione italiana di Enrico Spadaro)

Sovente, per diletto, gli uomini d’equipaggio

Prendono gli albatri, vasti uccelli dei mari

Che seguono, indolenti compagni di viaggio,

La nave librante sugli abissi amari.

Sul ponte appena li hanno gettati

Che, umili inetti, questi re dell’azzurro

Le grandi ali bianche calano ormai rifiutati

Come remi reietti accanto al loro sussurro.

Com’è goffo e maldestro, il viaggiatore alato!

Comico e brutto, un tempo di beltà brillava!

Gli solleticano con la pipa il becco spennato,

E mimano, arrancando, l’infermo che volava!

Il Poeta assomiglia al principe del cielo

Che abita la tempesta e deride l’arciere;

Esule sulla terra, deriso con tanto zelo,

Le ali da gigante qui lo debbon trattenere.

Enrico Spadaro

Bibliographie

  1. VV., Dix études sur Baudelaire, réunies par Martine Bercot et André Guyaux, Paris, Honoré Champion, 1993;

Adam Sisma, Wordsworth and Coleridge: The Friendship, London, Harper Perennial, 2007;

Ch. Baudelaire, Les Fleurs du Mal, Paris, Librairie Générale Française, 1972;

Elio Benevelli, Les Fleurs du Mal e la modernità, Milano, Cisalpico-Goliardica, 1981;

Franco Buffoni (a cura di), Poeti romantici inglesi, Milano, Arnoldo Mondadori, 2005;

J.-P. Richard, « Profondeur de Baudelaire », en Poésie et profondeur, Points Seuil, 1998;

Lloyd James Austin, L’univers poétique de Baudelaire, Paris, Mercure de France, 1958;

Luca Bevilacqua et al., La poesia francese 1814-1914, Lecce, Laterza, 2012;

Marcel A. Ruff, Baudelaire: L’homme et l’œuvre, Paris, Hatler, 1955;

Mario Richter, La “moralité” di Baudelaire, lettura de “Les Fleurs du Mal”, Padova, Cleup, 1992;

Meisel Perry, The Cowboy and the Dandy, New York-Oxford, Oxford University Press, 1999;

S.T. Coleridge, Biographia Literaria, ed. George Watson, London, Dent, 1975;

[1] Ch. Baudelaire, Les Fleurs du Mal, Paris, Librairie Générale Française, 1972, p. 179.

[2] de Franco Buffoni (a cura di), Poeti romantici inglesi, Milano, Arnoldo Mondadori, 2005

Nuovo mondo, nuovo anno

Un nuovo mondo che si apre in un nuovo anno,

un mondo che non è fatto solo di versi.

Le navi affondano bruciando sotto onde

che mutano la forma della terra,

sommerse tra incubi e letture,

pensieri e speranze che s’aprono lungo impervie foreste.

Una battaglia ove si spezzano non solo lance

ma da cui nascono nuove gioie e vanità

accompagna ogni anno, ogni mese che inizia.

Imperterrito che la penna possiede e impugna

descrive le sue gesta, ne solca i mari di catene e luce;

e ammira ogni beltà e proposito

spingendosi disilluso a nuove trame.

E la neve non copre il bagliore di questo sole,

non allontana l’amore di quel sorriso

ch’a te vuoi stringere ancora, per mille e mille giorni più.

Lo scopri e lo vedi, tra montagne e pianure,

fiumi di fuoco e pioggia che si dirada

sotto le verdi foglie d’un bosco inesplorato,

ove secoli or sono vagavano due giovani,

diversi e distanti, inaccessibili e poi catturatisi,

di cui una sublime mano tracciava

gli infiniti viaggi, ch’ora tu e lei,

com’egli fece tra guerre e religioni,

volete imitare in queste ere del mondo,

del mondo nuovo che si apre

e va narrandosi lungo i versi.

2/1/2015, 19.37

Back to Italy

Summer’s calling

Girando lo stivale,

valicate le Alpi,

a grandi balzi

lungo strade e disperse contrade,

il continente s’abbandona.

Ti dona ebbrezza l’imminente viaggio

E quando lo concludi, t’accasci lì

sulla tua terra, sul tuo mare,

dove il sole scompare veloce e fugace

quasi si facesse rincorrere.

Tu che hai corso, traversando mille luoghi,

mille sorprese nell’incognito che giungerà

nell’oscurantismo di un presente che prepara

a presagi di radioso futuro.

Tu e lei, lei e te.

C’est la vie qui t’attire

C’est la vie qui t’embrasse

come una catena che ti lega a tutto e a niente.

A miraggi sospesi, a castelli fluttuanti, a un mistero che non è mai così vero

come le gioie e gli affetti del tuo mondo.

Nulla è alla deriva, se non il tuo spirito

che vaga piacevole nella contemplazione

del viaggio, in un raggio senza direzione.

Un ritmo di suoni, poesia e onde

Un ritmo che si diffonde tra rovi e intrighi

tra scommesse perdute e speranze sommesse.

Le tue sacre sponde,

i tuoi sacri affetti,

i tuoi affini giochi di parole imperfetti…

 

 

 

Sur une route perdue pour Paris

Questa campagna è così rapida, sfuggevole, mentre il treno l’attraversa, diretto tra una città e l’altra, e io interrompo la mia direzione; non è più ostinata e contraria, ma sempre lungo un ritmo diverso, un ritmo del sud, un ritmo mediterraneo mentre muovo verso nord. 

E verdi appaiono i prati, verdi appaiono le colline e gli alberi, tutti placidamente uguali: dov’è la diversità, dov’è la meraviglia? Quella lasciala al sud, lasciala alla varietà dei popoli che attraversano il mare. Impavidi essi sono. Irraggiungibili. 

Verso Parigi muove questo treno, non ode il ronzio dei campi e le grida sperdute dei contadini. Eppure questi villaggi, sì simili e sì abbandonati, sono il centro di piccole culture, di piccole genialità. È lì dove è più corto il cammino.

Come i borghi sul mare, adagiati nella solitudine delle loro placide spiagge, animate dai cavalloni e dai pescatori. Guardano l’orizzonte, scorgono l’alba e il tramonto, colgono il vento e mai piangono l’assenza di nuvole, trattenuti tra un carro e una barca.

Ma Parigi. Cos’è? Qualcuno diceva che la melancolia d’un uomo non muta sui lungosenna che scorrono. Sotto quei ponti, in quelle rive, in quei quadri e ritratti parigini svelati in stradine, piazzette, boulevard e il grigiore dei tetti. 

Sembri trovarvi l’universo, la sospensione d’uno stato d’arte vestito di nuovi e vecchi colori. Affianco a chi cammini? Affianco a quali pensieri fugaci e mai svelati? Nulla ormai trema, ma tutto libra, quieto e solingo, come un passerotto adagiato su un mezzo busto che troneggia in un parco. 

I parchi, le ville i giardini. Svolazzano le rondini. Azzurro e lucente, il sorriso di quella donna. 

Su e ancora ancora più in alto, dalle guglie di una cattedrale, tra uno scroscio d’acqua e una brezza in subbuglio, senza confini. Quale percorso? Segui la mia mente, segui la mia penna. Cavalca sobbalzando tra porti sconosciuti, tra una sella e un colle, mai ermo e mai caro, o sì?

Il treno viaggia, si porta via ogni giro, ogni volteggio, ogni messaggio, figli della poesia e figli della velocità. Mai domi, mai quieti, tutto si spalanca attraverso un singolo verso. Turbinio d’idee che si condensa: è una lenza che afferra ogni gesto, ogni strada, ogni animo. Si apre, si contorce, si raggomitola tessendo un ritmo indicibile. Istanti fermi, istanti di cielo. Addio sud! Ma i suoi naviganti sempre ne odono la musica, sempre ne odono il richiamo. V

Volare, sospirare, mai dimenticare. 

Il cuore batteva, il cuore batte, sussulta, tende verso mete novelle, mete agognate, partecipi di gaudio e leggenda, un mucchio di storie e viaggi, alla rinfusa scelti e per sempre immortalati. 

Da un’estremità all’altra, vagando su rette e spirali sbocciate dal nulla e nell’eterno incastonate…
18/05/2017

Vulcano

Mio amato vulcano,

luminosissimo, fiorente, possente.

L’uomo è solo un’appendice.

Un fiume, un fuoco, un fumo, una musica.

Ti stagli come una pittura.

Volteggiante sopra quelle sane coste,

altare della ricchezza, e della disperazione.

Scuso – solitudine e maestosità.

Dipinto tra le nuvole

Nulla disprezzi, tutto sommergi –

in te potremo credere,

fucina delle nostre speranze.

Meraviglia del profondo azzurro.

L’amore è nella testa.

Mare mare mare

Mare che si spalancaLungo le invenzioni pure

D’una chitarra, sinuosa

Sulle onde, svelate dalla brezza

Di voci, luoghi e colori.

Tutta la gente fa festa.

Tutta la gente sobbalza.

Parole oscure che viaggiano

E suoni ch’infiammano

Le coste magiche

D’isole grandi e misteriose.

Applausi per la scoperta,

Grida per la nostra riscoperta.

14/03/2017


#maredinverno #mare #isola #mediterraneo #indirezioneostinataecontraria #ritmodicontrabbando #sud #terradidovefiniscelaterra #poesia #poetryday #resistenza 

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Women’s day

La donna e il mare, indecifrabili promesseD’una voce che vaga ed apre ogni finestra

Verso nuove implacabili meraviglie.

Speranza, gioiosa pena che schiaccia ogni pena,

Orizzonte carico di speranze, umili e intelligenti.

Noi due da soli, sognar sul mare aperto:

Lui rivelerà mai i suoi abissi?

Tu mostrerai le tue immense ricchezze?

Danziamo su melodie mediterranee,

Suoni dai pensieri volanti

Come gli uccellini che abbandonano il loro nido.

Migriamo sulla vita che ci unisce,

Su me che t’osservo, sul mare che ondeggiando 

Si fonde sui tuoi occhi, specchio:

Infondetemi del suo riflesso.

Si attinge solo a quel che s’ammira ogni giorno

Ogni dì…